La ricerca dell’eternità di Van Gogh

an Gogh quadro di A.Belluco

Ho visto il film Van Gogh: sulla soglia dell’eternità del regista Julian Schnabel e ho raccolto alcune considerazioni in questo articolo.

VAN GOGH è forse tra i maggiori pittori ad aver ispirato narrazioni cinematografiche

Partiamo da una premessa. Sarà perché è tra i pittori che maggiormente preferisco e anche tra i più amati dagli estimatori d’Arte, ma ho l’impressione che su Vincent van Gogh i film realizzati siano tra i più numerosi. Certo, alcuni sono documentari, altri narrazioni poetiche – come ad esempio  LOVING VINCENT, per citarne uno.
Ad ogni modo, visto che non ero riuscita a vederlo sul grande schermo, in questi giorni ho avuto occasione di vedere il film VAN GOGH: SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ (Van Gogh – At Eternity’s Gate) realizzato dal regista Julian Schnabel nel 2018, presentato in Concorso nello stesso anno al Festival del Cinema di Venezia e uscito nelle sale nei primi giorni di gennaio 2019.

VAN GOGH: SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ – Una ricerca e cura meticolosa nei dettagli e la straordinaria scelta dell’attore protagonista

Già dalle prime scene, colpisce la ricostruzione fedele – quasi maniacale in alcuni punti – di ogni singolo particolare. A partire dalla straordinaria connotazione caratteriale del protagonista, di indubbia  bravura artistica,  William Dafoe scelto per vestire i panni di Van Gogh. La rassomiglianza è talmente forte, che sembra che sia Vincent a interpretare se stesso. L’attore ha vinto la Coppa Volpi alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e ricevuto quattro nomination come Miglior Attore Protagonista agli Oscar® 2019 per questo ruolo.

Anche le sequenze che riproducono gli interni sono fortemente ricercate: la stanza in cui viveva Vincent van Gogh, nell’albergo di Arles  rappresentata da quel letto, quei colori  accesi che virano al giallo, che abbiamo conosciuto attraverso i dipinti.

E poi, gli abiti, gli oggetti, i personaggi che vengono ritratti. Una storia vissuta dal punto di vista del pittore, dall’interno della sua mente, della sua anima, nei suoi pensieri nel suo stato d’animo, nei suoi occhi. Un lavoro desideroso – forse – di creare empatia, a tratti disturbante. In alcuni punti la narrazione è un po’ lenta e la lentezza è però anche tra le “avvertenze”che – in forma critica – Paul Gauguin (interpretato da un fascinoso Oscar Isaac) suggerisce all’amico e collega van Gogh.

L’importanza dell’amicizia di Van Gogh con Paul Gauguin e il legame particolare con il fratello Theo

L’amicizia con Paul Gauguin è uno dei punti cardini in questa scelta narrativa. L’accento che cade sul loro rapporto di amicizia assume però anche le fattezze di una forte dipendenza. La presenza  di Paul è  fondamentale per la vita di Vincent, al punto che la sua partenza getta nello sconforto il pittore olandese e niente sembra dargli conforto. Gauguin lo accusa anche di essere “circondato da persone maligne, ignoranti e meschine“. Una sorta di condizionamento che sulla psiche fragile e già turbata di van Gogh crea conseguenze devastanti.

Sicuramente sono due personalità differenti e hanno due modi di guardare all’arte diversi. Gauguin è già proiettato verso una nuova visione, quella che lui definisce “una rivoluzione” e non manca di rivolgere sarcastiche affermazioni a van Gogh, accusandolo di dipingere troppo in fretta e utilizzare troppo colore sulle sue tele al punto da farle sembrare sculture.  Un pensiero che – tuttavia – suona un po’ contradditorio con quanto da lui poco prima affermato: “Nessuno di noi vede il mondo allo stesso modo“.

Anche il legame con il fratello è fondamentale. Theo (interpretato dall’attore Rupert Friend)  appare come una figura quasi più paterna che fraterna.  Ha una vita molto più ricca sotto molti aspetti rispetto a Vincent: ha  una posizione societaria, una moglie, una casa, un figlio e grazie al suo contributo economico Vincent può proseguire la sua attività di pittore – pur non ricevendo parecchi consensi con la sua arte. Theo però crede in lui e accarezza le sue fragilità.

Van Gogh avverte la sua stranezza e la giustifica spesso come una missione di Fede

Van Gogh si interrroga spesso sulle sue stranezze e sembra quasi riconoscerle come qualcosa di “malato”, anche se in più di un’occasione giustifica questo suo modo di essere e di sentire con la sua missione artistica e non solo. Afferma di sentirsi più vivo rispetto agli altri e che il suo compito dunque, è quello di trasmettere questa forza vitale attraverso i suoi dipinti. Nel colloquio con il dottore – dopo che Vincent si è tagliato un orecchio – gli viene fatto notare che questo gesto potrebbe simboleggiare il suo rifiuto all’ascolto. Lui sostiene che solo nella Fede trova più volte conforto. Cita parecchi episodi del vangelo e riferimenti alle parole di Gesù per motivare le sue stranezze, derivanti da un talento che ritiene un dono di Dio.

Mi fermo qui.
Chi di voi  lo ha visto? Cosa ne pensate? Lasciatemi un commento se vi fa piacere nell’apposito spazio sotto l’articolo, Grazie!

VAN GOGH: SULLA SOGLIA DELL’ETERNITÀ|Trailer Ufficiale Italiano

🎨Se vi interessano altri contenuti su Van Gogh, vi consiglio i seguenti:
Scoperte le carte di Van Gogh
Van Gogh tra il grano e il cielo
Loving Vincent: un poetico viaggio dipinto su tela

L’immagine di copertina  è un quadretto, olio su legno, ispirato a Van Gogh e dipinto da mio padre – Augusto Belluco

Annunci

Ciao, benvenuto su Lo Specchio ArtMusic, spero che ti piacciano i contenuti, grazie per la tua visita! Lasciami un commento se ti fa piacere 👩‍💻⤵️

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.